martedì 27 dicembre 2011

Ho sognato di essere incinta. So che si tratta di una rinascita interiore, un inizio almeno, ma la fisicità del sogno non può che rimandarmi al mio bisogno di generare. Posso non essere madre? Posso essere non-madre? E non intendo soltanto generare un figlio, ma generare Amore, come solo ogni donna generativa può fare. Ho sbagliato, ancora una volta ho sbagliato. Stavolta ancora più stupidamente. Pian piano strappo le cose che mi hanno tenuta legata a lui, pian piano recido i tanti legami, i tanti fili che mi hanno attorcigliato nell’illusione, nel desiderio, di viverci. Perché amo la vita, perché so riconoscerne il profondo valore, ho chiesto di morire. Quando si ama profondamente la vita, si è capaci di desiderare altrettanto profondamente la morte. Perché la vita non è fatta soltanto di contenuti, il sole che sorge, il sorriso dei tuoi cari, lo sguardo di uno sconosciuto, è fatta di espressione, di espressione del tuo Sé e se questo non trova spazio o viene logorato e svuotato di tutta la sua carica vitale, allora occorre accettare di entrare nella morte. E io in questi giorni sono morta. Nelle braci del fuoco mortifero ancora qualche parte stenta a morire. Finalmente quando tutto sarà spento e freddo la fenice potrà piangere il suo lutto e risorgere dalle ceneri. La parte materica del mio inconscio è là sotto le ceneri ancora calde, e lentamente si spegne, è il mio corpo che non si nutre più, mentre la parte eterea del mio inconscio mi insemina e mi fa rinascere nei sogni. È così che mi sento, tra la vita e la morte e non dipende da me fare un passo in avanti o all’indietro. Il tempo. Ancora una volta mio nemico che mi sospende tra la vita e la morte nell’attesa che la vita riprenda a scorrere nell’inutilità del quotidiano o che la morte mi trascini nella profondità dell’esistenza.